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11/01/2008
IL DIFFERENTE
Avevo un amico che fino a nove anni non sapeva leggere. Diceva che le lettere le conosceva, le aveva imparate a memoria, ti snocciolava l’alfabeto in tre secondi, eppure, anche se le vedeva in fila come vagoni di un treno, non riusciva a farle diventare parole, frasi, periodi. Era uno strazio sentirlo leggere, assomigliava a quei programmi per computer che ripetono quello che si scrive sullo schermo. E quando scriveva, era ancora peggio. Teneva la penna come un assassino afferra il pugnale da affondare nel cuore della vittima. Incideva degli sgorbi e, con il braccio faceva delle orecchie da elefante ai quaderni. Dopo la prima elementare, la maestra ha consigliato ai genitori di mandarlo in una scuola speciale dove si sarebbero presi cura di lui. In questa scuola non c’erano i voti, si dava spazio solo alla fantasia ed all’intuito. E’ così arrivò spedito alla licenza elementare. Per scrivere una frase ci metteva un quarto d’ora e le addizioni le faceva con le dita. Si sforzava di essere come gli altri eppure era come se dentro la testa gli mancasse un dente, un ingranaggio. Acchiappava un concetto ma subito dopo se lo perdeva, gli si disintegrava tra le mani lasciandolo infelice e frustrato. Pareva quasi di sentire il suo cervello che accelerava a folle. Eppure al mio amico non mancava la speranza e l’ostinazione, diceva che quando sarebbe diventato grande le cose lì dentro sarebbero andate a posto, che la sua testa sarebbe diventata una tenaglia e avrebbe capito tutto. E’ strano perché la triste parabola del piccolo genio Brandenn, che aveva imparato a leggere a 18 mesi e a suonare il piano a tre anni, e a 10 aveva finito il liceo e che si è ucciso con un colpo di pistola alla testa, ricorda il mio amico. Brandenn impiegava una settimana per fare gli studi che un ragazzo normale completava in un semestre, il mio amico in due anni. Così diversi, eppure così simili. Entrambi dei “differenti”, tutti e due con dei genitori che li spingevano insensatamente verso i loro limiti. Peccato che le affinità finiscano qui. Brandenn, a 14 anni, ha caricato una pistola più grossa di lui, se l’è puntata alla tempia e ha scritto, in un attimo, col sangue, la parola fine alla sua storia. La storia di Marco invece va avanti. Mi han detto che fa l’antennista e non ha paura di camminare dove agli altri vengono le vertigini. Ha una moglie e due bambini. Sono sicuro che Marco, per scrivere la parola fine ci metterà almeno un minuto, ripetendosi a bassa voce: effe, i, enne, e
22:24
Scritto da: jams1
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Commenti
Questo post è davvero molto bello....
Scritto da: Annacat | 14/01/2008




