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10/10/2007

LAUREE FACILI

Se la denuncia dei trucchi per accedere ai corsi a numero chiuso riempie le pagine dei giornali, la denuncia presentata dal ministro dell'Università alla procura di Roma nei confronti di due atenei per illegittimità nel rilascio dei titoli di studio è passata inosservata.

E, invece, il fenomeno delle "lauree facili" nel quale s'inserisce la denuncia, non va trascurato. Introdotta nel 1999 ed estesa nel 2001, la normativa che punta ad accrescere il numero di laureati, esonerando dagli esami alcune categorie di studenti, si è rivelata fonte di eccessi e abusi che hanno finito per incidere negativamente sul valore legale e sul valore professionale dei titoli finali. All'insegna di "laureare l'esperienza", gli atenei hanno stretto accordi con enti i più vari (Guardia di finanza, carabinieri, polizia, ordine dei giornalisti ecc..), offrendo loro condizioni sempre più vantaggiose per conseguire la laurea in tempi brevi (anche in un anno) ai dipendenti pubblici che hanno superato cicli di studio nelle loro scuole di formazione e a chi ha "conoscenze ed abilità professionali". Ma assenza di limiti e criteri poco trasparenti per verificare la coerenza con gli obiettivi formatividei corsi di laurea o il superamento di studi equiparabili all'istruzione universitaria, hanno portato ai "riconoscimenti" medi di 90 crediti (10-15 esami in meno), con punte di 180 su 180 (0 esami).

Diffuse a macchia d'olio, le iniziative per facilitare la laurea hanno coinvolto oltre 40 atenei, centinaia di convenzioni e migliaia di aderenti, alimentando disagi e proteste di studenti e laureati "regolari". Per l'anagrafe studenti nel 2005 oltre 9000 matricole hanno usufruito di "crediti d'ingresso" nei soli corsi di Scienze Giuridiche, Economia, Scienze politiche, Economia aziendale ecc... . Cresciuto a dismisura nel clima euforico della riforma 3+2 che, con la riduzione della durata legale, ha visto i corsi impoverirsi di contenuti scientificie metodologici e i titoli finali allegerirsi nel loro peso specifico, il fenomeno "lauree facili" ha accentuato le diffidenze di imprese, ordini professionali e Pa verso le lauree triennali e i laureati precoci. Ma è anche il valore legale dei titoli ad essere in discussione.

L'uniformità degli effetti giuridici dei diplomi di laurea presuppone uniformità nell'ordinamento dei corsi di studio, nella qualità degli insegnamenti e nelle modalità di verifica della preparazione degli studenti. Per accedre ai concorsi per il reclutamento dei funzionari pubblici e agli esami di Stato per l'abilitazione alla professioni, così, non basta la laurea, ma è necessario verificare se sia stata ottenuta secondo la legge.

Il nuovo governo è intervenuto prima con atti "moral suasion", poi con un atto d'imperio che tenta di limitare il fenomeno. Il decreto 262/2006 fissa un tetto di 60 crediti, con l'obbligo di indicare nei regolamenti didattici i criteri dei riconoscimenti. Le resistenze alle nuove regole non sono però mancate. L'abolizione di discrezionalità nelle facilitazioni sottrae ai rettori "potere" ed uno strumento chiave per elevare l'attrattività della sede e convogliare studenti e risorse, alterando a proprio vantaggio la competizione con le sedi più rigorose in tema.

Così, malgrado il divieto, alcuni atenei continuano a rilasciare lauree con sconti d'esame e di crediti oltre quelli consentiti, invocando per i "beneficiari", il rispetto dei diritti acquisiti. In realtà l'entrata in vigore del decreto impedisce alle convenzioni che prevedono più di 60 crediti riconoscibili di produrre effetti per l'eccedente, rendendo inefficaci le delibere di facoltà che le hanno applicate. Dal 3 Ottobre 2006 per l'esame di laurea è necessario aver sanato i crediti ricevuti in più, superando, come per gli altri studenti, gli esami nelle materie prima abbuonate. Deputato a vigilare sul funzionamento dell'istruzione universitaria con armi spuntate, il ministro dell'Università ha più volte segnalato a rettori e direttori amministrativi gli "evidenti profili d'illegittimità" dei titoli di studio rilasciati in violazione del decreto, invitandoli a dare "immediati riscontri". Riscontri, però, che tardano ad arrivare, lasciando il ministro solo il ricorso alla magistratura.

Per evitare tentazioni opportunistiche occorre abolire ogni deroga alla parità di trattamento per chi aspira a titoli di studio di pari valore legale.

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